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Monti: “La Spagna sta dando serie preoccupazioni in Europa” (3°parte)

L’orizzonte è chiaro, anche se Bruxelles ha avuto il trattato che stabilisce l’austerità e l’accordo tra la Grecia ei suoi creditori avrebbe portato stabilità ai mercati. Ci sono due grandi incognite: il bilancio spagnolo e accordo per aumentare la potenza del firewall e quindi evitare una possibile diffusione di travolgere l’Italia e la Spagna (o viceversa). Entrambi saranno risolti la prossima settimana: la Commissione raccomanda di rafforzare la capacità del fondo di salvataggio da 500.000 a 940.000 milioni, e spera che le parti, nonostante il rifiuto della Germania, prendere una decisione definitiva il Venerdì a Copenaghen, ha informato EFE. Spagna, uno dei potenziali destinatari di quel denaro, optare per la presidenza del fondo di salvataggio, secondo il SER. Con poltrona della BCE quasi persa e le difficoltà per presiedere l’Eurogruppo, il ministro tedesco Wolfgang Schäuble aumenta fortemente in-piscine, questo post potrebbe soddisfare l’esecutivo.

La tensione tra il governo e la Commissione è stata la tendenza da quando il presidente Rajoy ha annunciato la sua intenzione di fare marcia indietro sull’impegno nei confronti di deficit nel 2012, pochi minuti dopo la firma del trattato di austerità ha portato dalla Germania, appellandosi alla “sovranità nazionale”. E ne è venuto a massima dell’Eurogruppo scorso, quando Guindos ricevuto raffiche più per quella sfida, presidente della Bce, Mario Draghi, il commissario Olli Rehn, il ministro delle finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ei ministri di Austria e Paesi Bassi- ed è stato costretto ad accettare a malincuore la dichiarazione dell’Eurogruppo che obbliga alla Spagna di revocare una decisione del Consiglio dei Ministri e tagliare il deficit nell’ordine di mezzo punto più di quello che volevano, al 5,3% del PIL.

Guindos resistito fino alla fine in quella citazione a sostegno di tale figura, e anche chiesto il parere dei servizi giuridici dell’Unione europea per cercare di evitare una lettera cortese dichiarazione alla Spagna. Ha accettato solo dopo aver consultato telefonicamente con Rajoy, secondo fonti europee. Tale deficit del 5,3%, fissato dalle dell’euro da parte della BCE e della Commissione sarà il punto centrale dei bilanci futuri, costringendo i profondi tagli alla spesa e aumento delle tasse probabilmente più (nonostante le promesse di Rajoy). E per tornare nella mischia con le comunità di controllo il deficit, che insieme con il crollo dei conti delle entrate per la parte del leone della deviazione dal deficit del 2011.

“Il più grande occhio sulla Spagna è una spada a doppio taglio”, le fonti hanno detto a Bruxelles. “Il mercato richiede per il controllo della comunità più grande, e stringere la rete che lato può essere positivo. Ma la crescita richiedono anche, e gli ingenti tagli che rafforza il deficit è destinata a peggiorare la recessione “, dicono le fonti. Mercati, in breve, tornerà ad essere il soggetto di molti rapporti, se premi per il rischio tornare a eruttare. “E ‘chiaro che Roma è riuscita più volte a Madrid”, ha detto ieri Antonio Pascual Garcia, analista di Barclays Capital. “Gli hedge fund hedge funds [] sono di nuovo a breve con la Spagna,” chiuso.Bastardo Traduzione: sono curve.

Fonte: http://economia.elpais.com

Monti: “La Spagna sta dando serie preoccupazioni in Europa” (2°parte)

Infine, “Madrid si impegna a fornire le informazioni minuti sui bilanci e le altre impostazioni“, secondo fonti europee. Il governo presuppone che è sotto i riflettori dei mercati, secondo fonti di Moncloa. Un portavoce per il Ministero dell’Economia, tuttavia, ha ribadito che Bruxelles “ha assicurato che la Spagna si riunirà l’obiettivo di disavanzo quest’anno e prenderà le misure necessarie per conseguire, al momento della raccolta nella dichiarazione dell’Eurogruppo scorso”. Gli obiettivi del Governo restano intatti: incontro con gli obiettivi di disavanzo nuovi per passare il messaggio al mercato e rafforzare il controllo delle comunità al fine di evitare deviazioni, proprio come Bruxelles intensifica il controllo dei conti pubblici spagnoli.

Le stesse fonti ha detto che l’invio di missioni di esperti della Commissione europea a Madrid “è qualcosa di normale e di routine”. Le nuove regole di governance economica nell’UE aspettiamo che la Commissione a presentare al “vigilanza” in qualsiasi paese se minacciano la stabilità finanziaria. Diverse fonti europee, tuttavia, non è d’accordo con l’interpretazione del governo spagnolo e garantire che le missioni “non sono esattamente routine”: “E ‘chiaro perché il precedente governo socialista ha difeso al deficit finale di circa il 6% perché il nuovo governo PP ha detto alla fine di dicembre che sarebbe andato all ‘8% e perché alla fine il deficit era del 8,5%. Per questo abbiamo deciso di viaggiare su quei funzionari missioni Eurostat [Agenzia europea per la statistica]. Ed è anche di garantire che l’accordo soddisfi questo anno: per questo sta monitorando da vicino “.

“Stai andando a chiedere aiuto per il salvataggio del fondo?”

Il nervosismo di Bruxelles coincide con una raffica di pubblicazioni nelle anglosassoni notizie di stampa e di investment banking che hanno posto la Spagna, ancora una volta, come la forte esposizione globale. La discussione a porte chiuse in dell’Eurogruppo ultima è stata la penultima occasione di notare i sospetti suscitati Spagna: “Stai andando a chiedere di contribuire a finanziare il salvataggio?” Mi ruba due volte per Luis de Guindos il ministro delle finanze austriaco Maria Fekter, fonti riportano europei. L’Austria ha dichiarato che la Spagna ha un fabbisogno finanziario di 435.000 milioni tra il 2012 e il 2013. Guindos ha detto che non sarà richiesto di andare in aiuto, e di nette sono limitati a 160.000 milioni di euro. Economia che il Tesoro ha caricato la liquidità stalla ha anche ricoperto le banche spagnole (con la preziosa collaborazione della BCE), le scadenze del 2012 e gran parte di 2013. Queste cifre sono superiori si possono trarre sulla base dei dati del Tesoro.Esigenze di finanziamento di uno Stato sono calcolati sommando le nuove emissioni (che grosso modo corrisponde al disavanzo previsto in contanti) e le scadenze del debito. Utilizzando i dati dal 2012 e il 2013, i requisiti di finanziamento globali (governi centrali, comunità e comuni) non dovrebbe superare 300.000 milioni di euro in termini netti, ammonterebbero a 90.000.Queste cifre non hanno la maturità delle comunità, e il buffer di liquidità che si accumula il Tesoro, che all’inizio di quest’anno era di circa 30.000 milioni di euro.

Fonte: http://economia.elpais.com

Monti: “La Spagna sta dando serie preoccupazioni in Europa”

La Spagna è di nuovo sotto pressione, e non solo i mercati. La Commissione europea “è stato messo sotto sorveglianza in Spagna”, secondo fonti diplomatiche dell’Unione. Bruxelles prevede di inviare nuove missioni di esperti a Madrid il prossimo arrivo a metà aprile,appena un mese dopo il precedente – per analizzare i conti di tutte le amministrazioni e il precario stato di salute dell’economia, a seguito di una grave violazione del deficit nel 2011 e la battuta d’arresto Eurogruppo alle aspirazioni del Comitato esecutivo del target 2012 fissato al 5,8% del PIL. Inoltre, i partner europei della Spagna considerano ognuno dei prossimi passi del governo in occasione delle riunioni dell’Eurogruppo, Ecofin e le Vertici dei Capi di Stato, in cui la Spagna ei suoi problemi sono sempre un punto culminante all’ordine del giorno, secondo fonti europee.

Il premio di rischio spagnola ha preso molti mesi sotto gli allarmi italiani e lontano dai livelli di partire con bar aperto debito anestetizzati dal miliardario Banca centrale europea (BCE). Ma il governo si trasferì poche settimane fa per ottenere un rilassamento del deficit gli obiettivi , qualcosa di parzialmente raggiunto, ma che a sua volta fatto scintille con la Commissione e in qualche modo rivivere i sospetti dei mercati, e le tensioni sono diventate in quanto gli investitori preoccupati per la gravità della recessione, gli effetti dei tagli per l’economia e le conseguenze del busto immobile sulla panchina. Proprio oggi, il primo ministro italiano, Mario Monti, ha detto che “la Spagna sta dando serie preoccupazioni in Europa”, in quanto la loro situazione economica potrebbe causare “un contagio che potrebbe diffondersi in tutto il continente.” Monti è stato riconosciuto in un forum organizzato dalla Confederazione Italiana Generale del Commercio (Confcommercio) che il governo di Mariano Rajoy “riforma del lavoro ha fatto innegabile, molto incisiva” ma “non ha prestato la stessa attenzione ai conti pubblici.”

Monti ha spiegato che la Spagna “l’Europa sta dando serie preoccupazioni perché i loro tassi di interesse salgono e abbastanza breve per ricreare gli eventi che, attraverso l’esposizione, possiamo ci riguardano.”In questa preoccupazione si aggiunge ora supervisione di Bruxelles, che pone la Spagna ancor più sotto i riflettori. La cartina di tornasole prima arriverà presto. Dopo le elezioni in Andalusia e le Asturie, il bilancio, che secondo Bruxelles dovrebbe includere nuovi tagli di spesa e aumenti delle tasse, sarà analizzato al microscopio alla fine della prossima settimana alla Ecofin informale di Copenaghen. “La Spagna ha lasciato in Italia ed è ora in linea di tiro. I sospetti dei mercati sono diventati, e quindi la necessità di aumentare la pressione politica per il governo spagnolo e le comunità autonome, aventi tutte le promesse, per evitare l’apertura di procedimenti sanzionatori, e in ultima analisi, impedire la realizzazione di un nuovo capitolo della crisi dell’euro. Per questo, il prossimo bilancio, presentato in collaborazione con l’Ecofin, sarà fondamentale “, ha spiegato fonti comunitarie. La maggior parte di monitoraggio coinvolge più fronti. Oltre a inviare missioni di esperti per monitorare il deficit Madrid, Spagna problemi fiscali catturerà la maggior parte del rilievo all’ordine del giorno di tutte le Ecofines discussioni, Eurogrupos e altri vertici dell’Unione europea nei prossimi mesi: la Spagna è uno dei punti all’ordine del giorno di tali riunioni, a partire dalla suddetta Copenhagen.

La crisi del blocco agrario (3°parte)

Il cemento di questa proposta era costituito da un rapporto positivo tra la visione individualistico-paternalistica e i l sapere diffuso della cultura contadina e i l forte soggettivismo giacobino presente nelle punte avanzate dell’intellettualità urbana. Mancava in particolare in questa ipotesi una visione adeguata del rapporto fra masse meridionali e Stato, nell’epoca dello Stato sociale, e una concezione adeguata della centralità della questione urbana, nella sua realtà di burocrazia, produzione di culture e di immagini, centro di organizzazione del territorio e dei rapporti fra le classi sociali. Mancava cioè la consapevolezza del rapporto tra Stato sociale e città che invece è un dato fondamentale dei grandi processi di trasformazione del dopoguerra.

c) La centralità della posizione urbana appare invece abbastanza lucidamente percepita nella risposta statalistico-corporativa di cui è portatrice principalmente la De attraverso lo sviluppo delle organizzazioni collaterali e l’uso fortemente dirigistico degli apparati pubblici, nazionali e locali. La riforma agraria e la Cassa per il Mezzogiorno sono in questo senso gli strumenti fondamentali attraverso cui si tenta di produrre, da un lato, la più estesa omologazione sociale e, dall’altro, la centralizzazione delle competenze e del governo dei flussi finanziari. I l patto sociale che viene per così dire proposto si fonda essenzialmente sull’incremento del ceto medio urbano attraverso la politica d i sostegno dei consumi individuali di massa, i l finanziamento pubblico alle imprese e la costruzione dei poli industriali, la dilatazione della burocrazia, l’assistenzialismo diffuso nelle campagne e nelle città.

Il passaggio dalla centralità agraria alla centralità urbana è mediato in particolare dai seguenti strumenti: a) i l governo della trasformazione della rendita fondiaria in rendita urbana (riforma agraria-urbanistica, comuni, banche, Cassa, ecc.); b) lo sviluppo urbano, l’impresa edilizia; c) l’uso del territorio e i l sistema di

finanziamenti pubblici (opere viarie, ecc.); d) la costruzione dell’imprenditore pubblico (Cassa per il Mezzogiorno, commesse, infrastrutture, ecc.); e) le trasformazioni dell’agricoltura con la creazione dell’impresa capitalistica (contributi, incentivi, ecc.). Due sono, in particolare, le leve di questo processo di modernizzazione manovra della leva finanziaria e uso del territorio. varie amministrazioni pubbliche e nelle funzioni di mediazione

mercantili-commerciali, i l consenso della borghesia imprenditrice speculativa e il consenso del sottoproletariato urbano sussidiato in vario modo. Ed è ovvio che la sede per l’organizzazione di questo consenso sia stata la nuova città meridionale: l’ideologia urbana del consenso e i l sistema delle gerarchie cittadine sono, infatti, la faccia geografico – territoriale dello Stato sociale – assistenziale che si viene diffondendo all’intero paese (in questo senso

si potrebbe anzi dire che la città moderna è l’istituto fondamentale di questo tipo di Stato).

In questi termini la sostanza del processo di modernizzazione guidato dalla De è la progressiva omologazione della realtà sociale meridionale e, per quello che qui più ci interessa, delle specificità siciliane al modello produttivo e al sistema politico (rapporti fra i partiti, sistema di alleanze, ecc.) nazionali. In Sicilia più che altrove la saldatura tra forze nazionali e forze locali, fra gruppi dominanti del nord e regione, è realizzata attraverso la mediazione politica diretta (il famoso patto fra Roma e Palermo) e una progressiva sussunzione della società civile nella società politica e negli apparati pubblici per l’intervento nell’economia e per l’erogazione delle risorse finanziarie.

La crisi del blocco agrario (2°parte)

Mentre, infatti, nelle due prime legislature della regione siciliana i l problema dominante era stato quello della riforma agraria, la terza legislatura è incentrata sui temi della industrializzazione. Maturava in questo periodo l’esigenza di impostare e avviare una politica e una strategia di industrializzazione del sud; parallelamente e intrecciati ad essa si snodavano i temi che già tanta parte avevano avuto fin dall’immediato dopoguerra e che si incentravano nella difesa delle prerogative dell’autonomia siciliana.

Abbiamo detto due temi che correvano paralleli e intrecciati e non senza ragione, giacché all’interno dell’assemblea regionale siciliana (Ars) diversa era la loro impostazione e valutazione da parte delle varie forze politiche, ma soprattutto diverso era i l giudizio sul grado di connessione che doveva esistere tra il momento l’ autonomia e quello dell’industrializzazione/modernizzazione. Cosi, pur tra articolazioni a volte abbastanza marcate al loro in terzo, si formarono nell’Ars diversi schieramenti identificabili sulla rase della maggiore o minore connessione che stabilivano fra i momenti. i l blocco di potere che avrebbe dominato la Sicilia per tutti gli anni sessanta e che solo negli anni settanta avrebbe dato i primi segni di crisi. Lo scontro verificatosi in quella terza legislatura metteva di fronte, in definitiva, quelli che possiamo definire tre diversi modelli che postulavano un ruolo, una collocazione e un uso profondamente diversi non solo dell’economia siciliana, ma anche in primo luogo del ruolo dello Stato e delle istituzioni, e che quindi avrebbe determinato dislocazioni diverse all’interno dell’isola dei soggetti politici e sociali e dei rapporti di classe. La posta in gioco diventava sempre più chiaramente i l processo di modernizzazione, i l rapporto fra sud e sistema industriale, fra sud e intervento pubblico nell’economia. Chi e con quali strumenti, ideologie, risorse doveva governare i l rapporto fra la società meridionale e il processo di trasformazione che investiva l’intero apparato economico e sociale?

In maniera molto sommaria e schematica si potrebbero indicare tre possibili risposte ai problemi della modernizzazione espressive delle differenti ideologie dei diversi raggruppamenti sociali che si fronteggiavano e anche di diversi livelli di consapevolezza dei termini del problema.

a) L’ipotesi di quella che chiamerei la modernizzazione debole si espresse essenzialmente in forme di autonomia autarchica e antistatalista. L’esempio più tipico di questa risposta fu quello tentato dal separatismo siciliano che, nonostante le intenzioni iniziali, sfociò ben presto i n alleanza reazionaria fra vecchi pezzi di blocco agrario (proprietà latifondista e aristocrazia professionale), componenti ribellistiche della società e organizzazioni mafiose.

Essa, tuttavia, contribuì a staccare il movimento separatista dai bisogni e dalle aspirazioni delle masse contadine, a distrarne l’originaria carica « popolare, democratica e antifascista » (Renda). È così che, sconfitto i l separatismo con la risposta dell’autonomia, i ceti che in esso si erano identificati confluirono nei partiti di centro-destra, ma non nella De che l i aveva combattuti e che appariva promotrice di una diversa ipotesi di modernizzazione (come vedremo più avanti).

b) L’ipotesi comunista e potremmo dire di sinistra in generale (ancora tutta interna all’analisi e alla proposta gramsciana della alleanza fra operai e contadini), che puntava essenzialmente su una profonda riforma della proprietà terriera e su un modello di democrazia rurale fondato essenzialmente su una vasta costellazione di piccoli proprietari terrieri, d i braccianti organizzati, e su un rapporto con i ceti intellettuali più moderni della città.

La crisi del blocco agrario

La crisi del blocco agrario e la formazione di un nuovo blocco sociale ha, infatti, in Sicilia una storia molto tormentata e difficile: ciò consente appunto di cogliere con nettezza le diverse tappe e contraddizioni con cui matura questo processo e la dialettica instauratasi da una parte tra figure sociali in declino, figure sociali emergenti, e potere pubblico, e dall’altra tra questa realtà e la strategia del blocco dominante nazionale (nelle sue componenti pubbliche e private).

È noto, infatti, come in Sicilia gli agrari abbiano tentato di coagulare intorno a loro, nell’immediato dopoguerra, una larga base sociale anche sull’onda della spinta separatista: ma ciò, più che un segno di forza, stava a significare la crisi definitiva della classe agraria in quanto classe dirigente siciliana. Tuttavia questa resistenza degli agrari e la difficoltà di affermazione di un nuovo blocco caratterizzerà praticamente, fino alla fine degli anni cinquanta, la vita politica e la vita istituzionale dell’isola (ciò smentisce quelle analisi sulla De nel Mezzogiorno e in Sicilia nelle quali si prospetta una linearità e conseguenzialità quasi deterministiche che avrebbero presieduto alla formazione del blocco sociale di governo).

In tutto i l primo periodo dell’autonomia siciliana si assiste dunque a una difficoltà nell’affermarsi di una forza politica egemone; ciò è confermato dalle elezioni regionali del ‘47, in cui alla vittoria del blocco del popolo fa riscontro nell’assemblea regionale una tendenziale esclusività della rappresentanza degli interessi di classe e di gruppi sociali (la De rappresentativa degli interessi dei proprietari terrieri e della piccola borghesia rurale, i partiti di centro-destra espressione dei grandi agrari e delle borghesie cittadine di tradizioni professionali, i l movimento per l’indipendenza della Sicilia, ecc.). Una situazione, dunque, in cui non si riesce a coagulare un blocco sociale nuovo. Saranno gli anni che seguono, con le vittorie della De alle regionali del ‘51 e del ‘55, a determinare l’inizio di una cucitura e di una stabilizzazione di un nuovo blocco in Sicilia. E tuttavia sarebbe un errore ritenere ciò effetto di un semplice « contratto » tra forze diverse e ridurre un processo lungo, complesso e contrastato a una sorta di sommatoria tra componenti sociali mediate dal personale politico democristiano sulla base di una serie di concessioni reciproche e di una spartizione delle risorse. La De siciliana — ma questo giudizio può essere esteso a tutto i l Mezzogiorno — assorbiva a destra nel suo blocco di potere gli agrari, ma solo dopo che la destra e gli agrari avevano rinunciato alle

caratteristiche e alle ambizioni di classe dirigente. Per cui se è certamente vero che tramite la riforma agraria non si è fatto che togliere agli agrari le terre meno produttive, è anche vero però che essi vennero definitivamente liquidati come soggetti politici capaci di imporre a livello nazionale una loro politica. In Sicilia, come si è detto, questo processo di emarginazione ha incontrato resistenze vivaci, e ancora nella terza legislatura nella vicenda Milazzo si possono ricavare i segni di una presenza e di un peso politico degli agrari consistente anche se non prevalente. Il senso più profondo della terza legislatura fu comunque indubbiamente un altro.

La cultura del governo

Il problema non riguarda solo la Sicilia ma ovviamente tutte le regioni e persino la legislazione dello Stato. In Sicilia è più grave perché viene a ferire un potere più ampio costituzionalmente garantito e largamente esercitato. Oggi, un semplice telex firmato da un semplice funzionario della Cee (e non da un membro della commissione) può bloccare per mesi e per anni provvedimenti legislativi di interesse generale o particolare approvati da quella stessa assemblea che potè approvare la legge di riforma agraria con i l limite della proprietà privata con i l solo controllo della Corte costituzionale. Questo intervento preventivo e successivo di un organo esecutivo e burocratico sul potere legislativo, questo intervento del tutto sconosciuto in uno Stato di diritto e comunque estraneo allo spirito e alla lettera della costituzione e dello statuto siciliano risponde a esigenze del processo di integrazione comunitaria? O costituisce invece una metastasi di collegamento tra le degenerazioni del sottogoverno proprie e degli assessorati della regione siciliana e del ministero dell’agricoltura con gli ambienti della commissione Cee?

Questi interrogativi sono d’obbligo se si considera l’omogeneità della « cultura di governo » dell’attuale vicepresidente della commissione Natali con altri esponenti meridionali del suo partito, se si considerano le sue prese di posizione come ministro dell’agricoltura della repubblica italiana al momento dell’approvazione delle direttive comunitarie, se si considerano i collegamenti tra le burocrazie nazionali e quelle comunitarie e i l modo in cui sono reclutati, lottizzati e promossi i funzionari italiani della Cee (fatte le debite eccezioni). La vicenda delle limitazioni troppo facilmente accettate della potestà legislativa della regione siciliana (e delle altre regioni) è una vicenda in massima parte artificialmente montata da interessi parassitari, clientelari, di classe (italiani e siciliani) che ritengono, non sempre a torto, di poter essere difesi meglio e con minori costi politici attraverso l’espediente dell’intervento comunitario lontano e irresponsabile che non direttamente, in uno scontro parlamentare a livello regionale (o nazionale) percepibile dalla massa dei produttori e dei cittadini interessati.

Nei sedici anni iniziali, sia nel periodo dei governi di centrodestra (Dc-PnnuPli con l’appoggio esterno del Msi), sia nel periodo della dissoluzione di questa maggioranza e dei vari tentativi di formazione di governi autonomisti sorti dalla scissione democristiana e dalla costituzione del partito cristiano-sociale, questo processo di omologazione non era andato molto avanti. Anche se naturalmente le vicende politiche isolane non erano scollegate dai grandi movimenti politici nazionali, cui però davano risposte diverse (il centro-destra di Restivo era cosa diversa dal centrismo degasperiano anche se entrambi traevano origine dalla rottura dell’unità antifascista, per non parlare della risposta siciliana al tentativo fanfaniano di superare con l’integralismo la crisi del centrismo degasperiano). A partire dal 1963 il processo di omologazione tende a diventare costante e permanente. Cosi è per tutto i l periodo del centro-sinistra, cosi è anche, nei fatti, per i l breve periodo della solidarietà nazionale, cosi è successivamente per i l pentapartito. Per quanto riguarda il periodo della solidarietà nazionale si può dire che questa forma di collaborazione governativa poté presentarsi come espressione di una particolare interpretazione di una necessità politica siciliana solo nel periodo dell’« accordo di fine legislatura» (1971-76).

Benessere e territorio 2°parte

Si presenta cioè in modalità che confermano quanto i l problema di fondo, sul piano teorico, è di esaurire le varie ‘forme ‘ di povertà presenti nella società attuale. Nel modello che si rifa allo strutturai funzionalismo, ci sono ’cause’ fondamentalmente ascrivibili alla distribuzione delle ricompense in un determinato sistema di società ed alla stratificazione sociale. Tali cause erano soprattutto, dunque, macrosociologiche. La povertà, in questa visione del suo aspetto piramidale classico, e, proprio per questo, è un fenomeno macro nelle cause, anche se micro nei suoi effetti. La povertà così intesa è in primo luogo ‘economica’, anche se in un secondo momento può anche essere intesa come simbolica o esistenziale. Inoltre tale condizione riguarda determinati strati sociali, identificabili ed etichettabili con una certa precisione. Ad essi pertiene inoltre una certa cultura: la cultura della povertà, che vuol dire appartenenza a specifici gruppi sociali e non ad altri, in un sistema sociale a differenziazione stratificata. Ma sono la stessa realtà e la stessa società in rapido mutamento a mettere in crisi la nozione di povertà che tali approcci possiedono.

Il passaggio che gli studi sopra citati hanno permesso di compiere è stato quello dalla povertà alle varie povertà,a forme differenziate, plurali di povertà, forme, che, come vedremo più avanti, aggravano il problema della definizione e attuazione di politiche di contrasto. Come anche dalla nostra breve ricerca sul campo abbiamo avuto modo di notare, uno dei fattori che molto probabilmente va a incidere sul fenomeno della povertà, o ne è addirittura un fattore scatenante, è la rarefazione e la debolezza dei legami familiari: i poveri sono esclusi sia dalla possibilità di ricevere direttamente degli aiuti, sia, soprattutto da quell’insieme di opportunità, occupazionali e relazionali, che in condizioni normali garantiscono l’integrazione sociale2. La povertà, tuttavia, è l’esito di un insieme di tensioni che si scaricano su settori della società maggiormente vulnerabili: in breve, quello che interessa far notare, è come le potenzialità della ricerca nei fenomeni della povertà sono molto ampie e si allargano a fatti sociali apparentemente estranei o distanti. Da ciò si può trarre una facile conclusione: la povertà non è dunque solo il frutto di un cattivo funzionamento dei meccanismi di integrazione sociale, per cui alcuni soggetti rimangono esclusi dai canali di circolazione delle risorse e vengono relegati in ruoli marginali. La povertà è l’esito di una serie di tensioni che rendono vulnerabili gruppi di popolazione privandoli degli strumenti per fronteggiare ulteriori situazioni di crisi. Essa risulta dall’incrocio fondamentale di due linee di tensione: i principi di strutturazione del contesto, come potrebbe essere una certa dinamica economica che porta alla disoccupazione, e le norme che regolano l’agire degli attori, come ad esempio una frammentazione dei legami familiari. Da quanto detto, possiamo giungere a una conclusione quasi scontata: è la dialettica tra tematiche macrosociali, che determinano le condizioni di possibilità, ed eventi microsociali che attivano quelle condizioni, o che non attivano possibili difese o anticorpi a quelle condizioni, a generare un circolo vizioso che conduce alla povertà. La povertà è insomma una possibilità data dal contesto che diventa attuale al livello dell’attore.

Benessere e territorio

La comparsa storica del welfare state segna una trasformazione radicale della società, e dei meccanismi di regolazione sociale ridefmendo in particolare le funzioni e il ruolo dello Stato. Con la nascita e la diffusione delle politiche sociali di tutela delle classi non abbienti, che hanno subito, come abbiamo visto, uno sviluppo prevalentemente nel secondo dopoguerra e forte crescita sopratutto negli anni sessanta, il concetto di povertà assoluta comincia ad essere criticato, e con esso sono stati messi in discussione l’utilizzo di indicatori economici quale unico criterio di misurazione del benessere. La società paleotecnica, con i suoi sistemi di bisogno legati ad un certo tipo di mobilità e di stratificazione sociale, ha naturalmente prodotto il welfare state, che probabilmente è nata per soddisfare un’esigenza di mantenimento dell’ordine sociale minacciato dallo sviluppo delle forme di regolamentazione economica del mercato1, e il welfare ha inevitabilmente influito sulla trasformazione del concetto di povertà.

A questo punto, possiamo dunque dire che la società del welfare state finisce con il rendere il concetto di povertà quasi un elemento asettico e neutrale. La povertà, come rileva Sarpellon, è una realtà ben precisa, che oggi può essere facilmente confuso con quello che sarebbe più corretto definire “malessere sociale”: il pericolo in cui si rischia di cadere è che, nel cercare di rincorrere ogni forma di malessere sociale, si finisca per dimenticare la povertà vera. Ciò che a noi interessa trattare nel prossimo paragrafo sono le nuove povertà, o meglio, quale è la natura delle della povertà nelle società contemporanee e le nuove povertà che si affacciano e che rendono molto problematico sia l’approccio della ricerca che degli interventi da pare degli enti preposti. Prima di addentrarci in queste analisi, tuttavia, è opportuno fare una precisazione. E stato soprattutto grazie alle ricerche condotte da Pieretti, Guidicini e altri eminenti sociologi se il concetto tradizionale di povertà è, per cosi dire, entrato in crisi. La nozione di povertà, nella sua accezione sociologica tradizionale, era una nozione unitaria, una sorta di continuum che connetteva i sottosistemi in cui si dipanava l’agire di un individuo. Sono state le ricerche dei suddetti studiosi a mostrare quanto quella nozione di povertà andasse rivista, per dare spazio a una nuova definizione capace di cogliere tutte le sfaccettature in cui oggi si presentano le forme della povertà urbana.

La nozione tradizionale di povertà è riferita, come abbiamo avuto modo di dire sopra, ad un altro sistema sociale, in cui la prevalente forma della differenziazione sociale era la differenziazione stratificata. L’immagine del sistema sociale che sembrerebbe legata al concetto tradizionale di povertà è ascrivibile alle teorie di Parsons. Secondo un approccio in tal senso, la povertà risulterebbe “oggettivamente misurabile”, ma, come ricorda Pieretti, i l materiale empirico raccolto nel corso delle varie ricerche, consente di comprendere come in realtà sia difficile misurarla oggettivamente nel sociale attuale. Le evidenze empiriche portano inevitabilmente a dire che, se si vuole intendere il fenomeno oggetto di studio come una condizione unitaria in cui ‘impenetrano’ diversi sottosistemi, inevitabilmente si cade in errore: la povertà si presenta con modalità variegate, differenziate, plurali.

Territorio e reddito in una realtà territoriale

Riprendendo una definizione quasi semplicistica, potremmo dire sinteticamente che la povertà è quella condizione, individuale e collettiva, di mancanza o scarsità di beni, servizi e relazioni sociali, che è strettamente legata alla posizione degli individui, gruppi e aggregazioni nella stratificazione sociale. Il problema dell’esistenza della povertà, per la sua importanza e drammaticità, porta con se il problema e la necessita impellente di occuparsene. Con il presente lavoro, intendiamo studiare la povertà in una realtà come quella marsalese, in una città territorio, cioè, all’interno della quale possiamo trovare a stretto contatto realtà eterogenee, quali potrebbero essere il centro cittadino e alcune zone facilmente individuabili lungo la SS 115, come contrada Strasatti, parte della via Mazara, o della via Trapani che potremmo definire urbane, e la maggior parte del territorio, in cui vive circa il 60% della popolazione residente, che per molti versi continua a essere una realtà rurale, caratterizzata per molti aspetti da ritmi e modi di vita di tipo contadino.

Nel cominciare questo lavoro, ci siamo chiesti quale tipo di povertà esistesse nel territorio di Marsala, come è strutturata e suddivisa in un territorio così ampio e variegato e quale incidenza ha la diversa composizione culturale e dei legami familiari riscontrabili nella dicotomia città campagna.

C’è da dire tuttavia che, come fanno notare molti sociologi, un fattore che oggi non deve essere tralasciato è che ormai ambiente urbano e ambiente rurale non sono più lontani e distaccati: la città, in gran parte del mondo, non si contrappone più alla campagna, ma si è diffusa nel territorio, occupandolo anche simbolicamente, riproducendovi i suoi modelli di comportamento e i suoi stili di consumo: siamo sempre di più in presenza di un processo di esportazione dell’urbano verso il non-urbano; [...] non possiamo più contrapporre alla città il vecchio concetto di campagna [...] perché in effetti il successo dell’urbano ha destrutturato il mondo territoriale, economico, sociale, nel passato esterno – ed estraneo – alla città[...]

Ma, nella realtà marsalese, la divisione del territorio nel modo sopra citato non è Tunica divisione presente: all’interno delle contrade esiste una ulteriore divisione nei cosiddetti “chianura”. che altro non sono che dei raggruppamenti di famiglie, che possono andare da cinque a venti, trenta o più famiglie di una medesima origine, in un territorio più o meno vasto, che vengono identificati o con i l nome o con i l nomignolo o ingiuria della famiglia ( cito qui ad esempio i chianura Buffa, Valenti, o Risina). Queste ulteriori realtà territoriali sono caratterizzati da fortissimi legami familiari, essendo tra l’altro in prevalenza famiglie di parenti più o meno stretti, e da un estremo senso di appartenenza. Ci siamo dunque chiesti se attraverso una ricerca in un territorio così peculiare si potesse verificare l’incidenza dei legami familiari-amicali nei fattori di impoverimento e quali interventi vengono effettuati per arginare la povertà. Come è stato ampiamente dimostrato, molti sono i fattori che incidono sulla povertà nelle società contemporanee e sarebbe semplicistico ridurlo solo a questa tesi dei legami familiari amicali, quindi prima di arrivare allo studio del caso in questione, abbiamo ritenuto opportuno portare avanti un lavoro suddiviso in tre parti. Nella prima parte io tratterò una serie di tematiche che possano introdurre in generale i l concetto di povertà, la nuova concezione di povertà e la graduale trasformazione della città da luogo di speranza a territorio dell’incertezza.

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